Un gruppo di giovani amici, dopo aver visitato le missioni di Salvador e Feira, ha scritto...

Salvador e Feira. Terra dei mille colori, dove il nero dell’Africa si mescola al bianco dell’Europa e al rosso dell'Amerindo.

Dove milioni di braccialetti si lasciano cullare dal vento come un arcobaleno, dove il suono dei tamburi rimbomba forte tingendo l’aria di giallo e di verde; dove la vita canta e balla come da nessun’altra parte. Terra di contraddizioni, di spiagge, negozi alla moda, locali turistici, automobili che sfrecciano come in una grande metropoli, ma anche di povertà economica e spesso morale.

E noi, Alice, Denise, Elisa, Erica, Ingrid, Larry, Marika, Marta, Martina, Renato, Simone e Valeria, con Don Fabio abbiamo avuto l’opportunità di tuffarci in questa realtà, fino a quasi non respirare, fino a toccare con mano la povertà più disarmante.

E’ difficile immaginare un luogo dove non si può uscire la sera dal cancello di casa per paura di essere aggrediti, dove si sentono continuamente passare ambulanze a sirene spiegate, dove ad ogni botto che si sente si pensa ad uno sparo.

E’ impossibile immaginare la favela… e soprattutto la favela che abbiamo visitato, dove anche i brasiliani hanno paura di entrare, dove non esiste una chiesa ma quattro mura che delimitano pochi metri quadrati, senza un tetto, senza un pavimento, senza un altare… ed è difficile credere che Dio arrivi sin lì.

E’ impossibile credere che sia normale non esistere, non avere un nome e un cognome, non avere diritti perché non si è registrati all'anagrafe, essere madri a tredici, quattordici o quindici anni; come si possa arrivare ad uccidere un uomo perché ti ha rubato il cellulare, vivere in cinque o sei persone in una baracca di pochi metri quadri… e come si possa nonostante tutto andar fieri di quel poco che si ha, dimostrando un’accoglienza di cui noi, seppur nel nostro benestare, talvolta non siamo capaci.

E’ disarmante pensare di essere là e di non poter capire quella mentalità, quelle contraddizioni, troppo lontane da noi e dalla nostra cultura per poter dare un perché a tutto ciò che si vede. Ma è proprio là, tra tutte quelle contraddizioni e tutte quelle domande senza risposta che abbiamo sentito il cuore battere allo stesso ritmo di quello di Dio.

L’abbiamo sentito battere forte nelle scuole dove le Suore del Cenacolo offrono istruzione, un pasto caldo e mille attenzioni: a Feira che accoglie bambini con i volti pieni di sorrisi e gli occhi pieni di speranza, al centro Lar Mariano dove i bambini ci hanno accolto con abbracci gioiosi e fraterni. L’abbiamo sentito battere forte nella voglia di vivere di Suor Gabriella che con la sua compagnia e le sue risate regala tutta la felicità di cui è capace, nell'allegria e nella dolcezza di Suor Patricia e delle altre suore che gestiscono la scuola “don Giovanni Ciresola” che accoglie in un abbraccio materno tutti i bambini di questo mondo; nella forza e nel coraggio di tutte le suore del Cenacolo nell'arrivare ai margini della periferia, là dove nessuno osa arrivare; nell'accoglienza di tutte le sorelle che abbiamo incontrato, che spendono ogni giorno per rendere le situazioni peggiori più vivibili, che ci hanno accolto e ci hanno fatto sentire a casa a migliaia di chilometri di distanza dalla nostra Verona.

Ce ne torniamo con il cuore ricco di esperienze, di persone, di domande, di abbracci, con la consapevolezza che Salvador e Feira è terra difficile, dove nonostante tutto c’è e ci deve essere una speranza d’amore.